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Colui che ci precede nella Via - Gianluca Giacometti

Mi sono fermato a pensare non tanto al significato di questa frase, ma a come questa condizione viene vissuta da me e da come io percepisco venga vissuta da chi mi precede e da chi è da me preceduto.

La prima riflessione che mi viene in mente è che la condizione di precedere o di essere preceduto non è prerogativa della pratica del Budo, ma è presente in quasi tutte le attività della vita quotidiana.
Uno dei motivi per cui ho iniziato in età adulta la pratica dell'Aikido è che mi ha sempre spaventato il magnetismo che una Via marziale esercita sui suoi praticanti. Ho preferito raggiungere un livello di consapevolezza sufficiente a fare del Budo un completamento della mia Via, che altro non è che la mia Vita.
Questa condizione mi ha portato inevitabilmente a dare alle componenti della mia Vita, ciascuna con la propria importanza, lo stesso livello di valore come coadiuvante di un progetto di evoluzione generale e mi ha permesso di individuare in ciascuna di esse le componenti comuni all'intero progetto evolutivo.
Alla base di ogni evoluzione c'è l'esperienza, non intesa come conoscenza, ma come vissuto emotivo.
La conoscenza è sempre valutata rispetto a qualcosa di esterno (ciò che può essere conosciuto) ed è legata al saper fare. Il vissuto emotivo riguarda la consapevolezza del proprio essere ed è profondamente e assolutamente personale.
La conoscenza si può trasmettere, il vissuto emotivo no.
Per questo motivo, la trasmissione di un insegnamento, pur basato sul vissuto emotivo di chi trasmette, si fonda principalmente sulla conoscenza, mentre l'apprendimento è tale se, partendo dalla conoscenza, arriva a coinvolgere il vissuto emotivo.
Questo rende estremamente difficile anche solo l'idea di insegnamento di una qualunque disciplina che non sia un mero esercizio di logica. Chi trasmette non usa lo stesso linguaggio di chi riceve. Semplicemente perché non può. Il vissuto emotivo non è condivisibile.
La consapevolezza di questo limite può essere di grande aiuto ad entrambi gli attori.
Colui che trasmette potrà evitare le frustrazioni indotte dall'idea di non riuscire a trasmettere ad una velocità che non può controllare e, allo stesso tempo, potrà aiutare chi riceve a capire l'evoluzione indotta dall'apprendimento avendo il privilegio di esserne testimone.
Colui che riceve deve essere a conoscienza che l'insegnamento è solo il punto di partenza di una trasformazione personale la cui velocità e le cui dinamiche evolutive dipendono solo dal proprio essere.
Quello di cui mi sono accorto, però, è che in ogni momento noi siamo al tempo stesso colui che trasmette e colui che riceve, insegnante e allievo, tori e uke, e non lo dobbiamo dimenticare. Mai.
Può capitare di notare delle finezze in coloro che precediamo e delle goffaggini in chi ci precede. Ciò fa parte del gioco e andrebbe accettato come cosa naturale, senza giudizio né pregiudizio.
Occorre aver presente in ogni istante questa dualità, perché è questa dualità che porta alla completezza.
A volte le situazioni si intrecciano: un profondo vissuto di pratica di Budo non è accompagnato da un pari livello di evoluzione personale, o, a volte, il cammino percorso nella Vita supera e compensa quello percorso nel Dojo. Tutto ciò rende estremamente complessa e al tempo stesso estremamente semplice la relazione tra chi precede e chi è preceduto: non v'è nulla oltre a questa dualità.
Ricordare e vivere questo in ogni situazione non vuol dire venir meno al proprio ruolo, sia esso di insegnante o di allievo, ma svolgerlo nel modo più completo possibile.
Dimenticare tale dualità porta a conflitto, con il rischio di sentirsi un po' arrivati o di non avere una meta.

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